giovedì 15 ottobre 2015

Le Banche centrali giocano al tiro alla fune

La view settimanale di Gian Paolo Bazzani

Il Federal Open Market Committee non è molto lontano dall'attesissimo aumento dei tassi, anche se i dati pubblicati ieri negli Stati Uniti sembrano mostrare un rallentamento dell'economia americana. Sia le vendite al dettaglio che l'indice dei prezzi alla produzione hanno deluso le aspettative confermandosi al di sotto delle attese degli analisti. Le vendite sono cresciute dello 0,1% contro lo 0,2% previsto mentre per il settore dei beni essenziali il dato peggiora, con un calo a settembre del -0,3% contro il -0,1% previsto. L'IPP invece perde lo 0,5% nel mese di settembre rispetto alla crescita zero di agosto e su base annuale porta il risultato complessivo ad un -1,1%. Il raffreddamento dell'economia statunitense viene confermato anche dal Beige Book, report pubblicato dalla Federal Reserve e che segnala lo stato di salute dell'economia dei 12 distretti. Il documento, spesso usato dalla Fed per le decisioni di politica monetaria, evidenzia che la crescita prosegue in maniera "modesta" e che "un certo numero di distretti citano il dollaro come freno per l'attività manifatturiera, come pure per la spesa dei turisti". Parole che non sembrano favorevoli ad un rialzo dei tassi che, come effetto immediato, rafforzerebbe la valuta a stelle e strisce contro tutte le altre. La FED ha così la "scusa" per non rialzare i tassi e mantenere in vigore la coda del programma di QE.

Con l'allontanarsi del rialzo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, perde terreno il Dollaro US con il Dollar Index (USDINDEXDEC15) che scende fino a 93,87. EURUSD arriva a sfiorare la soglia di 1,1500, USDJPY crolla al di sotto di 119,00 trovando attualmente supporto in area 118,70. Rally di GBPUSD che passa dall'1,5200 del 13 ottobre all'1,5500 di oggi. Ho ancora aperta la mia call USDCAD con strike 23 ottobre.

Sono ancora convinto, tuttavia, che il FOMC sia oramai prossimo al primo aumento dei tassi in quasi un decennio e ritengo che l'incontro di dicembre rappresenti una potenziale occasione di normalizzazione delle condizioni del mercato attraverso un primo ritocco dei tassi.

Dall'altra parte dell'Atlantico, il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi sta invece facendo di tutto per far capire che l'attuale livello di espansione monetaria può essere incrementato sia in termini di obiettivo che in termini di durata.

Le divergenze nelle politiche attuate dalle banche centrali sono indicative dell'attuale stato di salute delle due economie. L'economia statunitense sta crescendo in maniera robusta, guidata dal riemergere della fondamentale funzione svolta dal mercato immobiliare. Tutto questo è avvenuto nonostante i forti venti contrari provenienti da un USD che si è rafforzato di quasi il 20% dalla metà del 2014.

L'Eurozona, d'altra parte, sta lottando affinché gli sforzi a sostegno dell'euro e la debolezza del petrolio si trasformino in processo di crescita sostenibile. Le prospettive economiche di breve termine sembrano positive, anche se si dovrà scontare l'impatto dello scandalo Volkswagen, ma sul lungo periodo il sentiero si presenta meno chiaro visto che le riforme strutturali sono state per il momento accantonate dalla maggior parte dei Paesi.

Se guardiamo anche all'Asia, oggi stiamo assistendo ad un ultimo round di allentamento globale in corso di attuazione da parte della Banca del Giappone, la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve. Questa situazione proseguirà oltre il 2015 e abbraccerà il primo trimestre del 2016, in corrispondenza probabilmente del punto più basso del ciclo economico. Fortunatamente, in quel momento il mercato avrà indebolito il dollaro, fatto crescere i prezzi delle materie prime e fatto ripartire la crescita a livello globale, ancora una volta trainata dalle economie cosiddette "emergenti". Ogni anno, i Mercati Emergenti rappresentano oltre il 50% della crescita mondiale, sono quindi enormemente importanti per la crescita economica e le esportazioni delle economie "sviluppate".

Per un investitore, quanto detto può spingere a vedere i Mercati Emergenti come il miglior asset performante sia per il prossimo trimestre che per il 2016. La bassa performance del recente passato fa ben sperare per i rendimenti futuri in quanto è stata circa due deviazioni standard inferiore rispetto al trend di lungo periodo. Per gli esperti, diversi mercati sono a buon mercato in base a parametri classici come il rapporto prezzo/utili e tra questi i favoriti sono Singapore e Corea del Sud, dove il P/E atteso è attualmente scambiato a 12.1x e 10.9x contro P/E statunitensi ed europei che sono circa 15x.

Il modo di mettere in pratica questo sarà sempre fare prima trade sul Forex, per motivi di liquidità e di facilità di accesso. Inoltre, studi accademici dimostrano che più dell'80% di tutti i rendimenti sui Mercati Emergenti provengono dal mercato valutario e non da obbligazioni e azioni. E da questo punto di vista è il Peso Messicano la valuta con il potenziale maggiore.

Detto questo, ritengo che i Mercati Emergenti in generale siano da acquistare - azioni o bond vanno bene quanto il Forex. Il fatto che siamo al centro di una vera e propria tempesta in quelle aree del mondo, non deve farci pensare che il sole non tornerà di nuovo a risplendere.

Per una visione più completa vi invito a consultare il nostro Outlook per il Q4. Potete trovare qui il PDF completo.

I migliori saluti


Gian Paolo Bazzani


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